LE CRONACHE DELL’ AMORE E DELL’ ODIO: MICHAEL KIWANUKA LIVE AT ALCATRAZ

piccolo resoconto semiserio di una serata milanese a base di ottima musica e occhietti lucidi

Notte fonda. Vengo svegliato di soprassalto dalle note del Bojack Horseman’s Theme (ehm, è la suoneria del mio telefono). Avvicino, occhi chiusi e mano tremante, il malefico device all’ orecchio e sento una voce sussurrare:

– Sono Angelo. È giunto il tuo momento. –

– Il mio momento? Sei l’ Angelo della Morte di cui cantano gli Slayer, vero? Non può essere, non sono nemmeno riuscito a realizzare il sogno di farmi autografare i seni come una groupie dai membri ancora in vita dei Led Zeppelin! Dammi ancora tempo, prenoto subito un volo per Lond.. –

– Non hai capito niente, sono Angelo di Alfabeto del Rock, è giunto il momento per te di raggiungere la gloria e apporre la tua firma alla recensione di un evento live di portata internazionale! –

Di colpo l’ intorpidimento dovuto al mio brusco risveglio viene sostituito da un’ ondata di eccitazione che pervade ogni appendice del mio corpo, il cervello riversa endorfine a fiumi nel sistema nervoso, e tre sillabe affiorano sulle mie labbra speranzose:

– Mi paghi? –

– Ma certo, ti spetta un cospicuo bonifico in visibilità come merita ogni professione artistica che si rispetti in Italia!

Così, con il c/c in lacrime ma il cuore gonfio d’ orgoglio per l’ incarico assegnatomi, il 3 marzo 2025 mi dirigo verso l’ Alcatraz di Milano per assistere all’ unica data italiana del prodigio del soul contemporaneo Michael Kiwanuka.

"Cicileo?" - Photo Courtesy of Daniel LaVache

Ma chi è quel giovanotto indisponente con la Vespa scoppiettante che disturba la mia pubblica quiete? Classe 1987, britannico ma di origini ugandesi – la sua famiglia è arrivata in Inghilterra perché in fuga dal regime di Idi Amin – il nostro Michael inizia a farsi conoscere verso la fine degli anni zero come hired gun per artisti della scena hip hop inglese quali Chipmunk e Bashy, per poi esordire nel 2011 con l’ EP Tell Me A Tale, lavoro che lo fa notare dal management di Adele, per la quale aprirà le date inglesi del tour che avrebbe intrapreso lo stesso anno.

Nel 2012 esce il primo album Home Again, anche se la popolarità arriverà solo quattro anni dopo con il secondo lavoro Love & Hate, forte anche di quella “Cold Little Heart” che diventerà l’ opening theme della serie TV Big Little Lies e che renderà familiare la voce di Michael Kiwanuka anche a chi non direttamente coinvolto dalla scena musicale neo soul inglese.

Vengono poi nel 2019 il brano “On My Knees” per la colonna sonora del film Roma di Alfonso Cuaròn, una comparsata nel ruolo di sé stesso in Yesterday di Danny Boyle e soprattutto l’ ottimo terzo disco, Kiwanuka, con il quale vince l’ UK Mercury Music Prize; il concerto di cui sto per parlare fa invece parte del tour relativo all’ ultimo album Small Changes, uscito nel novembre dello scorso anno e che costituisce gran parte dell’ ossatura dello spettacolo in questione.

"No io passo, comincio a vederci triplo."

Tornando alle mie avventure milanesi dopo questa breve digressione biografica, entro all’ Alcatraz con il panino lurido che mi è spettato per cena ancora tra le fauci e in colpevole ritardo causa traffico: riesco ad ascoltare infatti solo le ultime tre canzoni dell’ opening act J. Appiah, che mi fa comunque un’ ottima impressione con il suo mix di soul, rock e sfumature reggae. Da approfondire.

Non ho il tempo di dire “crostata di mirtilli” che i roadie cominciano a montare il palco per il main event: oltre agli strumenti appaiono delle curiose abat-jour rosse che proiettano una luce gialla e calda, responsabili di un’ atmosfera intima da fumoso club di inizio ‘900, perfetto setting per lo spettacolo che sta per iniziare; entrano poi i musicisti, una mini orchestra di 9 elementi tra cui una piccola sezione d’ archi composta da viola e violino; infine, tra gli applausi degli astanti, con un look tra Post Malone e il Lucio Dalla di metà anni ’70, sale sul palco Michael Kiwanuka, che fa subito cantare la sua chitarra acustica con il giro di accordi introduttivo di “The Rest Of Me”, brano tratto come il successivo “Follow Your Dreams” dal recente Small Changes.

Ammetto che quest’ ultimo è un album che non ho particolarmente amato, ma nelle versioni live i pezzi entrano come un pugno ben assestato nella pancia dell’ ascoltatore, travolto dalla grazia e dall’ elegante potenza sonora della band.

È dal terzo brano in scaletta “You Ain’t The Problem” che il motore comincia veramente a girare a regime: il pubblico viene trascinato dalle percussioni in una sfrenata danza tribale, mentre il botta e risposta tra la linea melodica principale e i controcanti delle tre coriste ci rendono partecipi del dolore per la storia d’ amore finita di cui parla il testo.

Questo è un grande punto di forza di Michael Kiwanuka. Le sue canzoni raccontano di piccoli e grandi drammi quotidiani in cui chiunque può riconoscersi, perciò l’ esperienza dell’ ascolto è catartica, anche se lascia l’ amaro in bocca come il pensiero di QUELLA persona speciale che ha ricevuto in dono la nostra anima, ma dalla quale ci siamo dovuti allontanare perché la vita ha deciso di metterci i bastoni tra le ruote.

"Ehi, la TV sta facendo le righe! Dalle una botta" - photo courtesy of Mr. Cow

Il concerto va avanti alternando brani nuovi e vecchie hit, come il soul tirato di “Black Man In A White World”, il recente singolo “The Floating Parade” – dominato da una linea di basso asciutta ma dal groove insinuante – l’ eterea “Light” e la title track dell’ album d’ esordio “Home Again”, eseguita per chitarra e voce con l’ accompagnamento delicato degli archi.

Siamo alle battute finali, ma non prima di ben due infornate di bis, la prima interamente dedicata all’ ultima release da studio con “Lowdown (pt. I e II)” , “Small Changes” e “Four Long Years”; la seconda con i superclassici “Cold Little Heart” – però Michè te prego, ricomincia a fare la studio version come nel 2017, quella lunga intro pinkfloydiana mi fa sempre contorcere l’ intestino dall’ emozione come un cobra nella cesta dell’ incantatore – e “Love & Hate”, impreziosita da un solo di chitarra strappabudella dell’ ottimo Michael Jablonka.

È il momento di tornare a casa: è la terza volta che assisto ad un live di Michael Kiwanuka e l’ impressione rimane quella di un’ esperienza quasi religiosa in cui lui, come un esperto predicatore, plasma le emozioni dei presenti, irretiti dall’ atmosfera magica creata dalla bellezza delle composizioni e dall’ eccezionale bravura dei musicisti sul palco. Per chi non l’ avesse mai visto, la prossima volta che capita da queste parti assicuratevi appena possibile un biglietto. È sempre una gioia per gli orecchi e una panacea per gli spiriti affranti.

Alberto Pani

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Alberto Pani

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Cresciuto ai piedi delle ridenti colline del Monferrato, tra muri di nebbia sei mesi l’ anno, zanzare incazzate nei sei mesi successivi e bocce di vino rosso sempre e comunque per stemperare il disagio così accumulato.

Chitarrista fuori forma.

Fermamente convinto che 8 volte su 10 le cose si risolvano da sole.

Punto debole: la meteoropatia