perdersi per ritrovarsi: il nuovo album di tamino “every dawn’s a mountain”

Immagino che sia soprattutto la perdita. La perdita in tutte le sue forme e ciò che fa…

Immagino che sia soprattutto la perdita. La perdita in tutte le sue forme e ciò che fa alla percezione di te stesso, del tuo posto nel mondo e nel trovare la tua direzione. È così che Tamino, astro nascente del cantautorato rock europeo, descrive alla giornalista Chelsea Peng di Nylon ciò che si cela dietro alla stesura dei brani del suo ultimo lavoro Every Dawn’s A Mountain, uscito lo scorso 21 marzo.

Ammetto di aver scoperto questo artista solo di recente e totalmente per caso: facendo un po’ di scrolling distratto su Instagram un paio di settimane fa, mi sono imbattuto in alcuni commenti riguardo al fatto che Tamino sia considerato in qualche modo l’ erede spirituale di Jeff Buckley, e da appassionato quale sono della figura leggendaria quanto sfortunata del musicista americano, non ho potuto esimermi dal cercare di scoprire chi sia questo giovane autore sulle cui spalle grava il peso di un paragone così importante.

Mi ricorda qualcuno.

Tamino-Amir Moharam Fouad nasce nel 1996 a Mortsel, nelle Fiandre, da madre belga e padre egiziano. Il nome Tamino significa “principe”, ed è stato chiamato così in onore del protagonista de Il Flauto Magico di Mozart; inoltre, nelle sue vene scorre il sangue di nonno Muharram Fouad, cantante, attore e performer tra i più importanti della storia del cinema egiziano.

A 17 anni si trasferisce ad Amsterdam per studiare musica, ed è nella solitudine della sua stanza che inizia a scrivere i primi brani, tra cui il singolo d’ esordio pubblicato nel 2017 Habibi. Nel giro di poco tempo il suo nome inizia ad essere sulla bocca di tutti gli addetti ai lavori, grazie a una serie di esibizioni in importanti festival europei come il parigino Rock En Seine e a collaborazioni illustri, tra tutte quella con Colin Greenwood dei Radiohead per il brano “Indigo Night”. Il full lenght d’ esordio Amir viene pubblicato nel 2018 con il plauso della critica, seguito nel 2022 da Sahar e dal nuovo Every Dawn’s A Mountain questa primavera, disco protagonista di questa recensione.

lo sguardo interrogativo di chi non sa cosa sia l' oud

Il compito di aprire l’ album tocca a “My Heroin”: in questo breve brano in ¾ guidato dall’ arpeggio dell’ oud (strumento a corda tipico della tradizione araba, utilizzato spesso nelle composizioni del musicista belga), Tamino rievoca ferite passate utilizzando la metafora della dipendenza dalla droga; la voce intona una melodia così grave che sembra quasi precipitare dal pentagramma.

In “Babylon”, primo singolo tratto dal disco, la dolente parte vocale è accompagnata dal suono avvolgente della chitarra acustica con sporadici interventi da parte degli archi, che si fanno via via sempre più presenti fino all’ emozionante finale dal sapore arabeggiante, in cui il falsetto cristallino dell’ artista diventa il canto del muezzin tra le vie di un’ immaginaria città mediorientale.

La title track è una ballata folk in maggiore dallo stile abbastanza classico, che però attira subito l’attenzione con il campionamento di un antico canto polifonico fiammingo per poi stabilizzarsi su un accompagnamento di chitarra cesellato delicatamente in fingerpicking, mentre in “Sanpaku” l’ oud è di nuovo in primo piano: notevole il contrasto tra il timbro antico dello strumento e l’arrangiamento modernissimo e movimentato dell’ arpeggio su di esso eseguito, mentre Tamino ci racconta di qualcosa che lei sa, e che parla dell’ antico marchio che segna la mia anima.

“Sanctuary” è forse il pezzo più radiofonico dell’ album e probabilmente quello maggiormente legato a un’ idea di cantautorato alternative rock anni 90, degno erede a parere di chi scrive della splendida “All Flowers In Time Bend Towards The Sun” dell’ accoppiata Jeff Buckley/Elizabeth Fraser. In questa ballad a tempo di valzer, Tamino e la guest star Mitski volteggiano come ballerini solitari che anelano l’ uno l’ abbraccio dell’ altra, per poi andare gradualmente a sovrapporre le loro voci angeliche allo stesso modo di due amanti che finalmente si ritrovano dopo tanto tempo.

"do you ache through your fight to keep the past alive? Does it still let you down?"

“Raven” si apre con un semplice quanto enigmatico riff di tre note che trasporta l’ ascoltatore in un’ atmosfera cupa ed opprimente, anche se viene aperto uno spiraglio di abbacinante bellezza sul finale, con i vocalizzi in falsetto del cantante che si stagliano sulla melodia costruita dagli archi e sull’ accompagnamento puntuale della sezione ritmica; in “Willow” troviamo invece lo strumming delicato della chitarra acustica doppiato sugli accenti da una percussione sorda che rimane sonicamente in lontananza, come il rumore di un temporale distante durante una giornata di sole estivo, mentre “Elegy” ricorda certe atmosfere dei Radiohead, sia per il modo in cui viene eseguita la melodia della strofa che per le sferzate di speranza sul ritornello, con le modulazioni che sottolineano i repentini cambi d’ atmosfera e una batteria minimale a fare da collante.

“Dissolve” è il commento di Tamino sul mondo di oggi, un mondo senza scopo né significato, che viene raccontato dall’ artista in questa sorta di ninna nanna straziante. È il pezzo dove le influenze della musica araba si fanno più evidenti, soprattutto nella parte centrale dove l’ oud e il suono gonfio degli ottoni vanno ad enfatizzare il lamento della voce, disperata al pensiero dei tempi bui che stiamo vivendo.

Chiude il lavoro “Amsterdam”, ballad intimista dedicata dal cantante alla città che lo ha accolto nei suoi anni di studio giovanili.

the boy with the blue heart on stage

Every Dawn’s A Mountain è un disco denso e profondo sia a livello lirico che musicale, combattuto tra il bisogno di permanenza e la necessità di lasciare andare. Il paragone sopracitato con Jeff Buckley non è del tutto sbagliato: Tamino è uno dei pochi suoi “figli” che non propone solo una blanda copia dell’ originale, ma riesce a restituire quella sensazione di dolore esistenziale propria del cantante californiano, aggiungendo però alla ricetta le sue tante influenze, vero e proprio meltin’ pot culturale che parte dal pop Occidentale di gente come Radiohead, Nick Drake, Leonard Cohen e Buckley padre e figlio per approdare con naturalezza al Medioriente. Jeff, ovunque sia, è sicuramente orgoglioso di questo ragazzo.

alberto pani

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Alberto Pani

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Cresciuto ai piedi delle ridenti colline del Monferrato, tra muri di nebbia sei mesi l’ anno, zanzare incazzate nei sei mesi successivi e bocce di vino rosso sempre e comunque per stemperare il disagio così accumulato.

Chitarrista fuori forma.

Fermamente convinto che 8 volte su 10 le cose si risolvano da sole.

Punto debole: la meteoropatia